Il ritorno dell’acciuga!

La Festa per i vent’anni della Biennale dei giovani artisti Torino ’97

Giovedì 16 marzo, ore 21, Cap10100, Corso Moncalieri 18, Torino

Giovedì 16 marzo, dalle ore 21, BJCEM, Città di Torino e Arci Torino vi invitano a una serata al Cap10100, per festeggiare il ventennale di un evento che ha cambiato il volto della Città.

Dal 17 aprile all’11 maggio del 1997, Torino ospitò l’ottava edizione della Biennale dei giovani artisti dell’Europa e del Mediterraneo. Più di 600 giovani artisti, provenienti da oltre 20 paesi, invasero pacificamente la città con la loro creatività ed energia, realizzando decine di attività, performance, incontri e coinvolgendo più di 130.000 spettatori. L’evento ha rappresentato un momento cruciale per la trasformazione della città, da centro industriale a dinamica capitale culturale. Ancora oggi, è ben presente nella memoria dei torinesi l’invasione delle “acciughe”, rappresentate graficamente su stendardi, vele, banner e striscioni che colorarono la città, diventando l’icona di tutta la manifestazione.

A vent’anni di distanza, vogliamo ricordare e celebrare quelle giornate strepitose, con una serata a ingresso libero accompagnata da musica dal vivo, performance, proiezioni di video e foto dell’epoca, con la partecipazione di molti degli artisti, operatori e rappresentanti delle istituzioni, che ebbero un ruolo chiave in quella storica Biennale.

Saranno tantissimi gli artisti presenti e invitati alla serata: Party Kidz, Fratelli di Soledad, Mao, Powerillusi, Carletto e gli Impossibili ovvero un mix fra Knock Out e Funky Lips insieme ad una super band formata dallo staff che lavorò alla Biennale nel ’97. Introdurrà la serata il giornalista Marco Basso che in questi anni ha fatto parte delle giurie BJCEM che hanno selezionato gran parte dei musicisti presenti. E poi contributi audio, video, di racconto e memoria di tantissimi altri che in quei giorni animarono Torino con le loro opere, o che in qualche edizione della Biennale – dalla prima del 1985 a Barcellona all’ultima del 2015 a Milano – hanno vissuto attraverso questa pacifica invasione d’arte una esperienza fondante della propria carriera artistica. Fra questi un set fotografico allestito da Michele D’Ottavio e Luigi Bertello e gli indimenticabili video di Cocito & Pastore. Il concerto sarà aperto dai vincitori di Pagella Non Solo Rock 2015, gli Zyp.

Parteciperanno alla serata anche Andrea Famà giovane scultore di origini catanesi e Guerrilla Spam, gruppo torinese di street art. Saranno loro, insieme a 230 artisti da 23 paesi dell’area euro-mediterranea. i rappresentati torinesi alla prossima edizione della Biennale che si terrà a Tirana e Durazzo, in Albania, dal 4 al 9 maggio 2017.

La serata “Il ritorno del’acciuga” è organizzata da BJCEM, (associazione internazionale che ha promosso le 17 edizioni della Biennale dei giovani artisti realizzate fino ad oggi), con il Patrocinio della Città di Torino e in collaborazione con Città di Torino, Arci Torino e Cap10100.

Dal minuto 11, un’intervista di Luigi Ratclif al TGR Piemonte.

Qualche scatto della Biennale Torino 1997

I GIORNI DELL’ACCIUGA

di Luigi Ratclif, direttore Biennale Torino ‘97
u
n articolo tratto da ORIGINAL, Libro/catalogo per i vent’anni della Biennale del Mediterraneo 1985 – 2005, VIII Capitolo: Torino’97

Tutti la ricordano come la Biennale dell’acciuga. Torino, che non ha il mare, scelse un pesce azzurro per comunicare l’ottava edizione della manifestazione, in quella primavera del 1997.

Perché l’acciuga? Per spiegare il suo rapporto con il mediterraneo attraverso le tradizioni più antiche: il piatto tipico del Piemonte infatti è la “bagna cauda” una salsa calda di acciughe sotto sale che si consuma d’inverno con verdure crude.

Torino, conosciuta internazionalmente come la città dell’automobile, scontava un po’ da sempre quell’immagine di metropoli grigia e noiosa. Era lo stereotipo di una Detroit europea senza attrattive che non valeva la pena visitare.

Quell’immagine si scontrava con un’altra Torino, quella delle grandi invenzioni, della scienza, dei movimenti sociali e politici, delle famose architetture, dei musei, delle grandi orchestre, dell’editoria, dell’arte contemporanea, dell’innovazione.

In quegli anni, di fronte alle difficoltà dell’industria torinese dell’automobile, la città sembrava destinata a un lento e inesorabile declino. Una congiuntura di segno negativo costringeva la società torinese a ripensare il proprio sistema produttivo ed economico e a riprogettare il suo futuro.

Dalle ultime elezioni del 1993 Torino era amministrata da un governo di centro sinistra guidato dal Sindaco Valentino Castellani che aveva avviato proprio in quella direzione un grande lavoro di trasformazione e di rilancio della città. La Giunta Castellani era intervenuta in modo deciso su alcune linee di sviluppo prioritarie e strategiche: il riassetto urbanistico, le grandi opere, le infrastrutture e i trasporti, l’economia e i nuovi sistemi produttivi, le politiche sociali, il lavoro, il turismo, la promozione internazionale, le risorse culturali, l’intercultura, i giovani.

Proprio su questi ultimi temi concentrammo, nella seconda metà degli anni novanta, il nostro lavoro con gli Assessori Fiorenzo Alfieri per la promozione internazionale della città, Carlo Baffert sulle Politiche giovanili, Ugo Perone per la Cultura. Realizzammo così un ampio e straordinario programma di interventi e di attività. Furono le basi di un processo di rilancio culturale e di progressiva affermazione della città che avrebbe contribuito a fare di Torino, negli anni successivi, un importante centro europeo per la ricerca e la promozione delle arti contemporanee.

Sul versante delle Politiche a favore dei giovani Torino aveva peraltro una storia consolidata.

Nel 1977 a Torino infatti era nato il primo “Progetto Giovani”. Per la prima volta in Italia un ente pubblico costituì una carta di intenti e coniò l’espressione “politiche giovanili”. Titolare del progetto era proprio Alfieri, allora assessore alla Gioventù. Qualche anno dopo, nel 1981, venne avviato sempre a Torino il primo programma italiano dedicato ai giovani artisti con l’obiettivo di sostenere e promuovere la creatività giovanile, facilitare l’accesso degli artisti nei circuiti del mercato, favorire il confronto e la mobilità internazionale.

Questa nuova formula si diffuse rapidamente tra altri comuni italiani che iniziarono a cooperare affidando alla nostra città nel 1989 la guida del Circuito dei Giovani Artisti Italiani, un’associazione di enti pubblici, che operava già attraverso una rete di 30 città.

Nell’ambito poi specifico della Biennale del Mediterraneo Torino poteva contare su un legame strettissimo con la manifestazione. L’aveva seguita sin dal suo nascere, a Barcellona nell’autunno del 1984, collaborando con i colleghi spagnoli e con l’Arci-Kids all’organizzazione di Tendencias, prologo e prova generale della prima Biennale dell’85. Torino aveva inoltre avviato la redazione dello statuto della nuova Associazione internazionale della Biennale e aveva avuto la responsabilità per la gestione delle relazioni con i nuovi Paesi. Nel 1990 e nel 1992 aveva anche organizzato due anteprime delle biennali di Marsiglia e Valencia dedicate rispettivamente al rock e al teatro.

È indubbio che questo lavoro di relazioni internazionali in ambito culturale, insieme ad una intensa attività svolta dalle numerose istituzioni e associazioni torinesi, aveva contribuito, proprio alla fine degli anni ottanta, a dare alla città un ruolo importante nei programmi europei di promozione dei giovani artisti.

A quel tempo ero responsabile per il Comune di Torino del Programma di promozione della creatività giovanile, che avevo avviato nel 1981 ed ero segretario nazionale del Circuito dei Giovani Artisti Italiani. Avevo partecipato direttamente alle diverse fasi di questo lavoro di rilancio del sistema culturale occupandomi di programmi legati all’innovazione artistica e ai nuovi creativi.

Alla luce di questo complesso e articolato lavoro sembrò dunque un passo naturale l’ipotesi di ospitare a Torino la Biennale dei Giovani Artisti. La manifestazione avrebbe contribuito senza dubbio a rafforzare e sottolineare il piano di rilancio e internazionalizzazione di Torino.

Era un passo strategico importante in un momento strategico altrettanto importante.

Il Sindaco Castellani, insieme agli assessori Baffert e Perone decise dunque, nella primavera del ‘95, di presentare al Comitato Internazionale, che l’accolse nell’autunno successivo, la candidatura di Torino quale sede dell’ottava Biennale dei Giovani Artisti dell’Europa e del Mediterraneo proponendone lo svolgimento nella primavera del 1997.

Mi fu così affidata la progettazione e il compito di verificare la fattibilità dell’evento in relazione ad alcune direttrici individuate.

La biennale doveva infatti essere in grado di comunicare le vocazioni della città, ottimizzare le risorse interne e il patrimonio delle relazioni internazionali, coinvolgere la cittadinanza, aprire spazi nuovi di fruizione e produzione culturale, stringere alleanze con gli enti istituzionali, avviare un proficuo sistema di relazioni con il territorio regionale, coinvolgere l’associazionismo e il complesso delle istituzioni culturali, attirare l’interesse delle componenti del settore produttivo e convogliare risorse economiche, accendere i riflettori sulla scena artistica locale in un confronto di portata europea.

Nella stesura del progetto avevamo inoltre evidenziato la necessità di una riformulazione dell’impianto generale della Biennale così come si era svolta fino ad allora. Era necessario secondo noi attivare collegamenti con altre reti europee e nuovi Paesi dell’altra sponda del Mediterraneo ma anche di altre aree europee promuovendo nuove forme di dialogo politico e culturale. Era indispensabile che la biennale diventasse uno spazio privilegiato di formazione e produzione sviluppando il collegamento con i circuiti del mercato dell’arte, l’industria dello spettacolo, l’imprenditoria culturale, i media.

Un apporto importante alla formulazione del progetto e ad una parte della sua realizzazione fu dato dall’Arci nazionale e dall’Arci di Torino, associazioni storiche nel processo di nascita e sviluppo della Biennale del Mediterraneo.

Nei due anni successivi con la creazione del Comitato organizzatore Biennale Torino 97, formato da Comune di Torino, Provincia di Torino e Regione Piemonte, iniziammo a costruire il programma con il graduale coinvolgimento dell’intero sistema culturale torinese.

Presieduto dal Sindaco Castellani, e dai vicepresidenti Giampiero Leo, Assessore alla Cultura della Regione Piemonte, e Walter Giuliano, Assessore alle Risorse Naturali e Culturali della Provincia di Torino, il Comitato promosse la ricerca di sponsorizzazioni, gestì le risorse economiche e i contributi che venivano elargiti a favore della manifestazione, reperì gli esperti dei vari settori e avviò tutte le attività in campo promozionale, progettuale, organizzativo, economico e finanziario. Il progetto poteva inoltre contare su un appoggio pieno di Provincia e Regione attraverso il diretto coinvolgimento degli allora presidenti Mercedes Bresso e Enzo Ghigo. Anche il Governo italiano attraverso gran parte dei suoi Ministeri, come pure l’Unione Europea e l’Unesco sostennero e diedero piena fiducia all’evento torinese che si stava preparando.

Furono mesi intensissimi ed entusiasmanti. Le grandi istituzioni culturali, le comunità artistiche, le associazioni, le realtà economiche, gli intellettuali, gli studiosi, gli imprenditori diedero una risposta corale e accolsero prontamente l’invito a collaborare al “progetto Biennale 97”.

All’interno del Comitato si costituì un Ufficio Organizzativo a cui fu affidata la gestione complessiva della “macchina Biennale” e che guidai insieme ai migliori professionisti del settore e a giovani collaboratori che avrebbero in futuro, anche grazie a questa esperienza, fatto molta strada.

Fu nominato un Comitato scientifico che aveva il compito di garantire il livello qualitativo delle singole attività previste dal programma, di individuare le linee culturali della Biennale e attivare i collegamenti con le istituzioni italiane ed europee. Era formato da personalità, artisti e scrittori, italiani e stranieri, tra i quali Franco Battiato, Alessandro Baricco, Ben Jallun, Giorgetto Giugiaro, Jack Lang, Pedrag Matvejevic, Gianni Vattimo ed era presieduto da Ugo Perone, Assessore per le Risorse Culturali e la Comunicazione della Città.

Il Gruppo di Progettazione, anch’esso costituito per l’occasione e formato dai più significativi operatori culturali torinesi, aveva il compito di mettere a punto un progetto generale nel quadro delle linee programmatiche ed esaurì il proprio compito con la definizione complessiva del programma.

Un grande lavoro fu portato a termine sul versante degli spazi che ospitarono la manifestazione. In particolare la Biennale è ricordata per aver restituito alla città una delle aree storiche più affascinanti e prestigiose: la Cavallerizza Reale, un complesso di edifici settecenteschi della zona di comando della capitale sabauda, che ospitò, nei suoi 4.500 mq la sezione espositiva progettata dall’architetto Carlo Viano. Fu un’impresa di grande portata, voluta fortemente e caparbiamente dall’Assessore Perone, una scommessa difficile ma vinta grazie al grande lavoro profuso. Vennero, inoltre, riservati altri sessanta spazi in città e in tutto il Piemonte per le diverse rassegne in programma: Biennale OFF, Sull’onda della Biennale e Alta Marea. I murazzi del Po, il Lingotto, via Garibaldi, i Doks Dora divennero un inedito itinerario della Torino giovane.

Altro fatto straordinario per la BJCEM e per la storia stessa degli eventi culturali organizzati a Torino fu la risposta ampia e inaspettata del mondo dell’economia e della finanza che contribuì per oltre il 30 per cento al bilancio della manifestazione, fatto inedito che coinvolse 25 grandi aziende non solo torinesi. Inoltre più di 35 importanti istituzioni e associazioni culturali aderirono al programma dando vita a circa trecento appuntamenti sull’intero territorio regionale. Il progetto della Biennale Torino ottenne anche un importante finanziamento della 10° Direzione Generale della Commissione Europea nel quadro del programma Caleidoscopio.

La Biennale di Torino costituì un proficuo confronto e un’apertura alle più diverse e lontane realtà culturali agendo da stimolante ed efficace catalizzatore. Infatti la Biennale si estese, infatti, a tutto il territorio regionale: iniziative spettacoli ed eventi diedero vita nelle varie province a confronti fra i giovani artisti piemontesi e quelli provenienti dalle più diverse realtà culturali e geografiche. Artisti di provenienza internazionale, chiamati ad operare accanto ad artisti piemontesi, attivarono così un reale coinvolgimento del tessuto culturale locale, innescando una fitta rete di relazioni, collegamenti e interessi comuni e creando un vivace dialogo tra le varie espressioni della creatività giovanile.

La Biennale Off, gestita in collaborazione con l’Arci Nuova Associazione, propose circa cento produzioni tra esposizioni e spettacoli di musica, teatro e danza realizzati da più di duecentocinquanta artisti piemontesi e cinquanta tra italiani e stranieri.

Grazie alla collaborazione con l’allora Provveditorato agli Studi di Torino fu possibile dare vita a un importante progetto didattico aperto a tutte le scuole. Ad esso parteciparono, per la prima volta insieme, le scuole e i laboratori della Città di Torino – Progetto Cultura, le sezioni didattiche della GAM – Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea, del Museo Egizio e del Dipartimento Educazione del Castello di Rivoli – Museo d’Arte Contemporanea.

Il mondo della scuola venne considerato come uno dei più importanti interlocutori della Biennale. Si realizzò quindi un grande lavoro di promozione e informazione nelle scuole medie superiori. L’obiettivo era dare agli studenti l’occasione di imparare a frequentare i luoghi d’arte, a famigliarizzare con l’arte contemporanea.

Nel pomeriggio del 17 aprile 1997 fu aperta ufficialmente alla Cavallerizza Reale l’8° edizione della Biennale alla presenza di più di 5.000 persone. Parteciparono circa seicento artisti provenienti da Algeria, Cipro, Croazia, Francia, Grecia, Italia, Portogallo, Repubblica di San Marino, Slovenia, Spagna, e ancora da Marocco, Tunisia, Libia, Egitto, Siria, Giordania, Palestina, Libano, Israele, Malta, Turchia, Bosnia, Albania. Olanda, Finlandia, Argentina e Germania furono i Paesi ospiti. Cinquantanove le città che collaborarono all’evento.

Quelli che seguirono furono giorni di grande vitalità e dinamismo per l’intera città. Un’imponente festa collettiva riempì le strade e gli innumerevoli spazi del centro e delle periferie urbane con spettacoli, concerti, performance, esposizioni, dibattiti, seminari, convegni. Torino si era trasformata in un grande acquario con pesci dappertutto, nelle strade, sui tram, sulle case, sulla Mole Antonelliana.

Una follia gioiosa e incontenibile contaminò la gente e invase ogni luogo. Sulle rive del Po, seimila persone accorsero, a suon di fanfara militare, alla “grande frittura di pesce” preparata in una padella gigantesca da 35 cuochi liguri con 2 tonnellate di acciughe e mille litri d’olio d’oliva, Come pure all’Istituto Carcerario Minorile “Ferrante Aporti“ artisti e giovani detenuti realizzarono un’opera d’arte collettiva, lunga quanto tutto il carcere, dal titolo “la via d’uscita”.

Solo nei primi due giorni più di 5.000 persone visitarono le mostre della Cavallerizza e furono complessivamente 138.000 gli spettatori e i visitatori della Biennale, a chiusura delle esposizioni il 18 maggio. Un successo che conquistò il pubblico e la critica nazionale e internazionale ponendo la manifestazione tra i più grandi eventi europei dell’anno.

Scriveva Olga Gambari, critica d’arte, sul quotidiano La Repubblica il 21 aprile del ’97: “Sembra proprio che Torino, grazie alla Biennale, si sia definitivamente lasciata alle spalle la sua immagine di città grigia e compassata. Queste prime giornate hanno ricevuto un’accoglienza corale e divertita, che ha contribuito a creare una vivace atmosfera internazionale. Nel week-end andando in giro per la città, era come se un’unica grande festa avesse invaso le strade, con spettacoli di teatro e musicisti in ogni angolo. E poi la gente, tantissima tra turisti, torinesi e artisti a curiosare, applaudire e partecipare, in questo happening mediterraneo dell’acciuga…”  E l’attuale direttore della nostra Galleria d’arte moderna Pier Giovanni Castagnoli annotava sullo stesso giornale qualche giorno dopo , il 27 aprile: “sta di fatto che tanta gente come quella che si vede sciamare per le sale e i cortili della Cavallerizza, dove è situato il cuore della manifestazione e nei tanti altri luoghi che ne sono il teatro, la si può incontrare da noi, forse solo a Venezia, nei padiglioni in cui si tiene l’atra tanto più celebre Biennale. (…)”

Alla manifestazione furono invitati numerosi operatori e responsabili di network culturali da tutta Europa e dai Paesi del mediterraneo. Nel quadro di queste relazioni che la nostra città intratteneva con i diversi Paesi del nord Europa maturò l’idea di organizzare un gemellaggio tra la Biennale del Mediterraneo e quella del Baltico (ArtGenda) portando nel giugno successivo l’intera esposizione della Cavallerizza a Helsinki. La mostra fu inaugurata il 5 giugno alla Cable Factory, importante centro culturale nell’ex industria di cavi elettrici della zona portuale e decretò l’inizio di una fruttuosa collaborazione tra la Finlandia e la rete della biennale del Mediterraneo tuttora in atto.

La Biennale di Torino fu sicuramente una festa di cultura senza precedenti ma anche un’occasione preziosa di riflessione profonda e di confronto aperto.

Il 17 aprile, giorno d’inaugurazione della Biennale di Torino, il quotidiano La Stampa pubblicava un articolo dello scrittore Nico Orengo dal titolo La scommessa della coesistenza” che iniziava così: “Riscrivere la città. O trovare la città invisibile, una delle infinite possibilità, dietro la città che abitualmente percorriamo. E’ questa la scommessa della Biennale ’97 dei giovani artisti del mediterraneo. Dall’Algeria, dalla Grecia, dalla Slovenia, dalla Bosnia, dalla Francia, dalla Spagna: dagli orli all’interno di quel grande mare di comune e diversità civiltà, giovani artisti proveranno ad intrecciare i nodi di una fantasia e coesistenza pacifica. Se è un mediterraneo inquieto, lacerato al suo interno, quello che oggi ci appare, utopia degli artisti, oltre a denunciare le fratture, è quello di cercarne, un’unità, di trovarne quell’anima profonda, estesa , di cui parlava Braudel. E in una città sempre più realtà multietnica com’è Torino, dai giovani artisti si desidera cogliere, attraverso le loro opere, la memoria, le emozioni, lo sguardo che ci permetta di cogliere l’essenza di quell’ ”altro” e di quell’ ”altrove”, con il quale veniamo quotidianamente in contatto e in rapporti non sempre facili.(…)”

Infatti l’immagine che il Mediterraneo offriva nella primavera del ‘97 non era, come ancora oggi purtroppo, rassicurante. Era difficile guardare al Mediterraneo come a un insieme coerente senza tener conto delle fratture e dei profondi conflitti che lo laceravano. Era necessario guardare al Mediterraneo come incrocio di civiltà, popoli, religioni e culture, e coglierne l’unità e la differenza come espressione della modernità, nelle sue diverse forme, con i suoi problemi e la sua ricchezza. Nonostante queste difficoltà, a Torino ritenemmo che si dovesse dare innanzitutto fiducia ai giovani, credere nella loro capacità di cercare nuove vie dell’incontro, che non fossero un ritorno all’indietro, ma uno sguardo in avanti, alla differenza e alla complessità. L’invito all’incontro, al confronto, alla partecipazione fu, dunque, uno degli elementi di forza dell’edizione torinese della Biennale.

Un’edizione che non lasciò la città senza tracce, ma bensì contribuì ad una significativa azione di rilancio delle attività legate alla ricerca artistica contemporanea. La Biennale rafforzò e sottolineò quella vocazione di Torino quale città della sperimentazione. Accese a livello internazionale i riflettori sul lavoro delle comunità artistiche e in particolare quelle dei giovani. Dimostrò che era possibile fare sistema tra le diverse componenti culturali del territorio anche su scala regionale. Suscitò interessi e attenzioni nei confronti del mondo dell’economia torinese e avviò un importante dialogo tra cultura e impresa ancor oggi fruttuoso nella nostra città. Sperimentò una formula organizzativa originale, capace di ottimizzare le risorse, accelerare i processi realizzativi, costruire un modo nuovo di diffusione culturale, tanto che negli anni successivi fu adottato come modello da molti operatori del mondo della cultura.

La biennale fu in grado inoltre di avvicinare il grande pubblico all’arte contemporanea e ai suoi messaggi, sovente difficili da decifrare, utilizzando strumenti, spazi e modalità nuove di dialogo e approccio con la gente.

Ma soprattutto la Biennale di Torino contribuì al recupero e al riutilizzo ad uso culturale di spazi della città dimenticati come la Cavallerizza Reale, luogo simbolo di quella stagione nuova di rinascita iniziata proprio in quella primavera del 1997, la primavera dell’acciuga.

Gabriele Ferraris descriveva così, in un articolo su La Stampa del 23 aprile di quell’anno, il clima, l’entusiasmo di quei giorni e il segno che stava lasciando la Biennale a Torino:

E’ tempo di bilanci. Sono positivi quella della Biennale. Tredicimila spettatori alla Cavallerizza, e il dato è di ieri. Tredicimila persone che hanno scoperto la ”città proibita”, le architetture delle scuderie reali, gli stucchi salvati dalla rovina, un patrimonio recuperato. Per sempre, se l’incuria di domani non renderà vani gli entusiasmi di oggi. E quei tredicimila hanno visto: disegni e installazioni, abiti e progetti, fotografie e sculture. I sogni di un’intera generazione, i ragazzi che stanno costruendo il futuro, che formeranno i gusti, le idee, i valori estetici che ci apparterranno, un giorno. Ma come si fa a dire quanti erano alle Basse di Stura, a cantare e suonare con Luca Morino dei Mau Mau, a bere il vino e il tè offerto dagli zingari, all’happening dei Cliostraat? In quanti sono stati contaminati dall’ ”epidemia urbana” dei genovesi A12 sguinzagliati per le vie a distribuire misteriose scatole e altrettanto misteriose “istruzioni di profilassi”? Poi ci sono i bilanci dello spirito: e quelli non possono essere incasellati in un libro mastro, in una tabella, ma contano quanto i bilanci fatti di numeri. Perché è importante che questa città abbia vissuto i giorni della biennale. Sono stati giorni d’allegria. E hanno indicato una strada possibile per il futuro di Torino. Capitale della cultura. Oggi più che mai.”

Questa, per quanto è possibile riassumere in poche pagine, è la Biennale che abbiamo amato, sognato e realizzato con l’aiuto di una città intera. Perché potesse apparire in tutta la sua bellezza e la sua potenzialità. Perché quella città potesse sorridere e diventare così, come alcune volte sa essere Torino, irresistibile.